La cooperativa che pensa solo ai suoi affari e non genera valore aggiunto per le persone dei Soci e per la loro comunità locale non è più una cooperativa.
Giovanni Dalle Fabbriche
 

La banca che vive nel territorio – Articolo di Alessandro Azzi

L’ esperienza della cooperazione mutualistica di credito, nel Mezzogiorno, può a buona ragione rappresentare un “caso di scuola” rispetto alla possibilità – oggi sempre più sollecitata – di individuare modelli di sviluppo che, partendo dalle comunità locali nella logica della partecipazione e dell’auto aiuto, siano in grado di  incidere concretamente sulle buone dinamiche del sistema Paese.

In questo senso, affrontare il tema del Mezzogiorno con un occhio attento alle esperienze che nascono  dal basso, significa necessariamente aprire un sipario su di una realtà (quella delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali) che – fuori dal clamore delle cronache – opera concretamente a favore di migliaia di famiglie e piccole e medie imprese. E che, soprattutto, è una vera “palestra di democrazia economica” dove l’identità, la partecipazione, la cultura della solidarietà e dell’auto aiuto diventano collanti indispensabili alla tenuta del tessuto sociale ed economico di interi territori.

La formula della cooperazione di credito oggi vede impegnate nel Mezzogiorno 108 aziende. Gli sportelli sono 602, i soci 143 mila. Nell’ultimo anno la raccolta è stata di 14,6 miliardi, con 10,2 miliardi di impieghi (questi ultimi con una crescita dell’8 per cento in dodici mesi). Già questo è un dato che dovrebbe far riflettere. Stiamo difatti parlando dell’unico vero sistema di banche locali che – per norma e cultura – reinvestono il risparmio nel territorio dove questo si forma e dove si raccoglie.

In questo modo, non si “impoveriscono” le aree già penalizzate spostando masse di denaro da una regione all’altra. Essendo cooperative senza fini di lucro, le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali non hanno, inoltre, azionisti da remunerare a fine esercizio. I loro “azionisti” diretti sono i soci (che non ricevono dividendi in senso tradizionale, ma accedono al credito a condizioni più vantaggiose) e le stesse comunità delle quali sono espressione diretta. Gli utili, come forse noto ai più, sono per il 70% destinati a riserva indivisibile; il restante viene destinato alla promozione della cooperazione attraverso i fondi mutualistici di settore o a fini di utilità sociale.

Tutto ciò è anche alla base del loro essere,  più di altre Banche,  al riparo della crisi. Non avendo venduto, o posseduto, titoli tossici, possiedono depositi “buoni” ed impiegano di conseguenza denaro “utile” per tante famiglie e piccole e medie imprese.

In questo particolare frangente economico, nel quale in ogni caso la crisi morde con forza l’intero tessuto produttivo del Paese, le BCC si sono anche fatte carico di qualcosa di più rispetto al loro tradizionale mestiere. Non per un malcelato “buonismo”, ma perché “sono” del territorio e ne condividono, nel bene e nel male, le diverse sorti.

Soprattutto, nel Sud, sono state molte le sollecitazioni delle Diocesi locali per definire intese finalizzate ad erogare microcredito alle famiglie;  altrettante quelle di associazioni di rappresentanza della piccola impresa, soprattutto artigiana, per definire plafond aggiuntivi utili non far cessare il flusso benefico del credito. In tantissime altre realtà locali, infine, le BCC hanno – in piena autonomia – deciso di anticipare a migliaia di lavoratori di aziende in crisi le indennità di Cassa Integrazione Guadagni, in molti casi con prodotti ad hoc che consentissero, ad esempio,  la sospensione contestuale delle rate dei mutui casa.

Queste, che potrebbero sembrare iniziative “fredde” nel linguaggio necessariamente tecnico, nella realtà sono migliaia di piccole, spesso minute,  storie da raccontare. Attraverso le quali si disegna il Paese reale. Non quello dei talk show strillati o dei reality plastificati, bensì il Paese che riscopre – nella difficile situazione attuale – il valore dell’auto aiuto e della solidarietà.

Ci si dimentica forse troppo spesso di questi due concetti che sono alla base della formula economica cooperativa. Ma nel Mezzogiorno, soprattutto in questa particolare fase congiunturale, la cultura cooperativa può davvero rappresentare un fattore competitivo.

Vorrei inoltre raccontare altre esperienze “tipiche” del mondo della cooperazione di credito, come quello dei “gemellaggi” tra BCC del nord e BCC del Sud. Caso unico in Italia, quello di banche che collaborano insieme nell’unico scopo di sviluppare relazioni virtuose a beneficio delle rispettive comunità locali. La Banca di cui sono Presidente, la BCC del Garda di Montichiari (Brescia) è “gemellata” con la neonata BCC di Napoli. Questo significa aver messo a disposizione personale tecnico altamente qualificato, aver definito fasi di affiancamento nella prima delicata fase di operatività della nuova banca, seguito da vicino un intero percorso organizzativo. Ma, come questo, tantissimi altri “gemellaggi” si sono definiti negli ultimi anni. Unendo nord e sud, saperi e culture. Sviluppando, in molti casi, relazioni virtuose di cui hanno beneficiato, reciprocamente, tutte le realtà interessate. Al di fuori di schieramenti od etichette.

Nell’Italia che sembra chiudersi sempre di più in se stessa, dove il proprio “particolare” diventa un recinto stretto dal quale lasciare fuori tutto ciò che è “diverso”, “altro”, questa esperienza tipica delle BCC penso possa essere portata a modello. Il nostro obiettivo è quello di far crescere e valorizzare le autonomie locali all’interno di un sistema autenticamente federalista (le BCC da decenni si sono strutturate in un sistema associativo su base federale) dove elementi di sussidiarietà e solidarietà convivono e lo rendono sistema efficace e moderno.

Del resto, questo modo di intendere e vivere il territorio – rispettandone le dinamiche più naturali – non nasce oggi. Sulla spinta del Magistero Sociale della Chiesa, con la Rerum Novarum di Leone XIII, le prime “Casse Rurali” cercarono di incarnare proprio questa visione del mondo: basata sulla messa in comune delle risorse economiche in una logica – non solo di condivisione – ma di crescita e sviluppo. E non è un caso, come questo stesso organo di informazione ha di recente rilevato, che l’ultima Lettera Enciclica di Papa Benedetto XVI, la “Caritas in Veritate” abbia citato espressamente l’esperienza della “cooperazione di credito” come modello di sviluppo possibile, laddove si legge che:  “Retta intenzione, trasparenza e ricerca dei buoni risultati sono compatibili e non devono mai essere disgiunti. Se l’amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza, come indicano, in maniera significativa, molte esperienze nel campo della cooperazione di credito” (n. 65).

E’ proprio nella logica delle “piccole cose” che si può davvero gettare dei semi di speranza. Del resto, è l’esempio concreto e visibile che diventa modello. Ogni altra cosa entra nel regno del teorico e del fattibile, del “può darsi“. Mentre la quotidianità operosa, magari imperfetta come tutte le cose umane, può invece  diventare  da subito elemento di confronto, crescita, condivisione.

Con questa consapevolezza, il sistema delle BCC, attraverso il lavoro della Fondazione Tertio Millennio – Onlus (la Onlus del Credito Cooperativo per iniziative solidali di sistema) ha avviato nel Mezzogiorno, da ormai quattro anni, un apposito progetto denominato “Laboratorio Sud”. Con questo, ci si propone di aiutare la nascita di esperienze imprenditoriali giovanili in forma cooperativa. I nostri partner sono in prima battuta le BCC che si devono adoperare per “individuare” e sostenere giovani imprese di lavoro; in seconda battuta tutta la rete delle Diocesi del Sud che aderiscono al “Progetto Policoro” della Cei sono partner della Fondazione. Si è creato, in tal modo, un particolare sistema “a rete” che vede unite le migliori esperienze giovanili del territorio a Banche cooperative che sono in grado di sostenerle e valorizzarle. A corollario di questo grande progetto – che vede la Fondazione intervenire con propri contributi a fondo perduto – la messa a disposizione, gratuitamente in qualità di “tutor”, di ex dirigenti di BCC oggi in pensione, capaci però di dare un contributo fondamentale alla nascita ed allo sviluppo di imprese che si affacciano, spesso con molta timidezza, sul mercato. Anche in questo caso nascono relazioni personali molto profonde, che diventano cultura e consapevolezza esse stesse. E la bellezza di tutto questo sta proprio nel cucire relazioni “dal basso”. Quelle che, alla fine, possono essere le più solide e durature.

Un ultimo accenno, infine, mi sembra doveroso a proposito del grande tema di attualità di queste settimane, vale e dire la “Banca del Mezzogiorno”. Se ne è scritto e detto tanto, molto spesso senza conoscere nei dettagli la verità dei fatti. La verità è che il Credito Cooperativo è orgoglioso e lusingato di aver visto riconosciuta la propria azione di sostegno all’economia reale ed alle comunità locali del Mezzogiorno. Con questa consapevolezza è disponibile a lavorare ad un progetto nuovo che veda la messa a fattor comune delle migliori pratiche (anche associative, non necessariamente di area) per disegnare qualcosa di nuovo e differente rispetto a quanto finora conosciuto: uno strumento che possa favorire l’accesso al credito delle piccole e medie imprese contando su reti distributive capillari, know how di eccellenza, vantaggi (secondo l’ipotesi di favorire fiscalmente le obbligazioni emesse a questo scopo) per i risparmiatori.

La “Banca del Mezzogiorno”, secondo il nostro modo di vedere, potrebbe essere davvero un “laboratorio” dove sperimentare finalmente qualcosa di nuovo per il nostro Paese. E’ un lavoro complesso, difficile, per il quale sentiamo comunque il dovere di impegnarci.

Avv. Alessandro Azzi
Presidente di Federcasse Confcooperative

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