La cooperativa che pensa solo ai suoi affari e non genera valore aggiunto per le persone dei Soci e per la loro comunità locale non è più una cooperativa.
Giovanni Dalle Fabbriche
 

E se quotassimo le imprese sociali in borsa?

Le imprese sociali, sia come aziende non profit – che possono essere spa e srl senza distribuzione di utili (“ex lege”) – sia come aziende profit che producono e scambiano in una logica “low profit” beni e servizi di utilità sociale per l’interesse generale, potrebbero farsi quotare in una BORSA SOCIALE.
Nel caso delle imprese sociali “ex lege” la redditività azionaria deve essere reinvestita; nel caso delle imprese sociali profit si ipotizza una redditività “paziente” ed una massimizzazione relativa dei profitti adeguata alla “mission” dell’impresa stessa.
 Alcune dinamiche esemplificative le troviamo già: nel contesto normativo americano con un modello d’impresa denominata low profit limited liability company (L3C) che ha una redditività massima tra il 4 e il 5% e che opera nei settori di utilità sociale (la riforma sanitaria americana, “in itinere”, potrebbe trovare nelle L3C un valido supporto di implementazione). Ed ancora in Gran Bretagna con il modello della community interest company.In Italia si può anche fare riferimento alla normativa che riguarda le società cooperative tradizionali, che possono remunerare le proprie attività con un massimo del 2,5% in più rispetto al rendimento dei buoni postali.

Ma quale sarebbe l’evoluzione della borsa sociale? E’ necessario passare dal concetto di Borsa Sociale Filantropica come punto d’incontro fra la domanda di finanziamenti di progetti sociali (prevalentemente gestiti da non profit) con l’offerta di finanziamenti da parte di imprese sociali profit a quello di borsa sociale dove i finanziamenti si effettuano a favore di “imprese sociali non profit” e “imprese sociali low profit” attraverso l’ acquisto di obbligazioni o titoli.

La Borsa Sociale Filantropica ha già alcuni benchmark. Nello specifico: la Bolsa de Valores Sociales y Ambietais (BVS&A) in Brasile, SASIX (South African Social Investment Exchange) in Sud Africa, progetto KIVA in USA, progetto Impact Investment Exchange Asia (IIX) gestito da Social Stock Exchange Asia (SSXA) a Singapore, GEXSI (Global Exchange For Social Investment)in UK, MYC4 in Danimarca e  Social Stock Exchange Ltd. in UK con la partecipazione della Fondazione Rockefeller ed infine la manifestazione FacciaperFaccia che si svolge durante la fiera Falacosagiusta a Milano.

La borsa sociale, con la finalistà di gestione del “business sociale e di welfare” diverrebbe parte integrante di un assetto sussidiario orizzontale da cui lo Stato non può prescindere. E ciò può avvenirestrutturando una sorta di AIM (Alternative Investment Market); gli strumenti finanziari sarebbero azioni (emesse da imprese low profit e da imprese sociali non profit) e titoli di debito (anch’essi emessi da tutti i soggetti for e non profit).

Per realizzare il progetto si devono stabilire criteri oggettivi che un soggetto (super partes), incaricato alla valutazione, utilizzerà per regolamentare l’accesso alla Borsa Sociale. Gli indicatori dovranno misurare la capacità dell’impresa di creare un ritorno finanziario (che può essere distribuito nella logica dell’impresa low profit e che viene, invece, reinvestito nella logica dell’impresa sociale non profit) e sociale (capacità di realizzare progetti sociali ed ambientali). E si integrano i due valori.

Le imprese sociali sono classificabili tramite un “rating” composto da indicatori inerenti: la corporate governance, lagestione risorse umane (in particolare gli indicatori di pari opportunità e di gestione partecipata), la gestione ambientale, la qualità e l’attenzione verso i clienti, il livello di trasparenza, la sussidiarietà orizzontale e la performance economica (redditività, solidità, liquidità).

In seguito si attiva l’analisi quantitativa dell’impatto sociale con l’obiettivo di misurare fattori che il più delle volte sono ad alta componente qualitativa e per questo monetizzabili con difficoltà. L’indicatore SROI (Social Return On Investment) che quantifica in termini economici il valore sociale, non finanziario, generato dall’impresa sarebbe una proposta.

Ma come tradurre i ritorni sociali ed ambientali in valori monetari tangibili?

Il criterio con cui si calcola il flusso dei benefici sociali è il calcolo dei costi risparmiati dai diversi stakeholders, grazie all’attività dell’impresa sociale in questione: ad esempio, nel caso di una cooperativa sociale di tipo B, che assume personale proveniente da fasce svantaggiate, l’indicatore è il numero di ex disoccupati assunti nella comunità e la monetizzazione di tale impatto è il risparmio per la società conseguente all’assunzione di persone disoccupate, in termini di riduzione della spesa sociale.

Superato l’accesso al mercato, è fondamentale stabilire procedure per definire il prezzo delle azioni: il metodo più utilizzato da parte delle imprese for profit tradizionali calcola l’Equity Value stimando i flussi di cassa futuri previsti ad un certo tasso di sconto.

Date le due componenti, sociale ed economica, delle imprese in questione, è necessario ponderarle per ottenere il Social Equity Value. Ovviamente bisogna decidere quale fattore far pesare di più: potrebbe essere 80% equity e 20% social. Questa scelta è motivata dal fatto che, intuitivamente, il valore sociale sarà più basso rispetto a quello dei flussi di cassa, per cui ,con una ponderazione di questo tipo, non si abbasserebbe in modo significativo il valore totale dell’impresa.

Per creare la BORSA SOCIALE è necessario un maggior dibattito sul progetto, per coinvolgere un alto numero di soggetti interessati alla sua realizzazione. Inoltre è necessario studiare partnership con le borse tradizionali.

Un altro passaggio obbligato è quello di costruire misure di impatto sociale standard, che impongano regole oggettive di misurazione.

Per incoraggiare gli investitori, la Pubblica Amministrazione potrebbe introdurre norme per incentivare fiscalmente le transazioni o partecipare direttamente ai costi di struttura.

Queste considerazioni ci portano ad un orientamento evolutivo dell’”impresa sociale non profit” e dell’ “impresa sociale low profit” tale da poter quotare azioni in termini sociali e finanziari ed aprendo una linea di finanziamento per il bene comune del nostro “sistema paese”.

Giorgio Fiorentini
Da www.benecomune.net

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