La cooperativa che pensa solo ai suoi affari e non genera valore aggiunto per le persone dei Soci e per la loro comunità locale non è più una cooperativa.
Giovanni Dalle Fabbriche
 

Una nuova primavera! Economie dal basso. Articolo di Andrea Mazzalai

Mentre ai piani alti del pensiero politico ed economico si continua a proporre le stesse ricette e gli stessi strumenti del passato per cercare di domare definitivamente il ciclone che si è abbattuto sull’economia mondiale ed in particolare sulle vite di milioni e milioni di esserei umani, altri sono i sentieri e le rotte che le visioni alternative, portano ad osservare e proporre per migliorare le strutture economiche di un sistema che sta dimostrando ormai tutta la sua vetustà, la vetustà di un edificio che si cerca di puntellare, piuttosto che ristrutturare.

In ” Mondi Alternativi ” abbiamo esplorato in questi due anni, alcune versione alternative di possibili reti di economia, che possono modificare e sostenere in particolar modo le economie locali, supportandole ed integrandole, aiutandole ad intravvedere una nuova dimensione di sostenibilità anche attraverso un ritorno alle origini, al passato. Dai GAS ( Gruppi di Acquisto Solidali ) alle reti di economia solidale, dalle produzioni a chilometri zero alle cooperative di lavoro o di consumo, nella sostanza tutto ciò che viene dal basso, perchè nella botte piccola sta il vino migliore.

Giorgio Osti, docente di Sociologia dell’ambiente e del Territorio all’Università di Trieste, su Valori del Marzo scorso, scrive che oggi si guarda con maggiore speranza alle reti di economia solidale, laddove piccole imprese, consumatori consapevoli e organismi non profit, solitamente appoggiati da qualche municipalità illuminata, creano circuiti virtuosi di beni e servizi.

(…) Rispetto a questa è doveroso distinguere, per quanto possibile, e cause (eminentemente finanziarie), le manifestazioni (ciò che vediamo e leggiamo nei mass media) e le conseguenze, di cui sappiamo poco. Comunque, si parla di maggiore disoccupazione, alta mortalità delle imprese e contrazione dei consumi. A questo livello bisogna capire chi paga di più lo scotto, perché la stratificazione dell’economia è molto forte. Qualcuno di sicuro con la crisi ci guadagna.Anche se le conseguenze non sono chiare, le misure dei governi sono già partite. In primo luogo, si è voluto mitigare la crisi finanziaria, aiutando le banche in bilico e rassicurando i risparmiatori. Si parla poi di aiuti ai consumi (sgravi fiscali per l’acquisto di certi prodotti) e di incremento degli ammortizzatori sociali per i lavoratori che perderanno il lavoro. Aiuti diretti alle imprese industriali sembrano meno abbordabili per gli alti costi per le casse pubbliche. Non manca chi insiste sul mantenere un profilo molto selettivo: aiuti solo alle imprese che innovano o che attuano misure ecocompatibili.

Tutte queste iniziative lasciano inalterate due questioni: l’organizzazione gerarchica del lavoro e la libertà di produrre e consumare quanto e cosa piace. Si potrà dire che non è il caso di mettersi a giocare al piccolo rivoluzionario e pensare di intaccare processi ormai assodati. Tuttavia, le ricette più avanzate, anche sul versante delle Obamanomics, puntano su un keynesismo ecologico; dice Susan George: «Riconvertiamo tutta l’economia, come fecero gli americani durante la guerra,ma in senso verde».

Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso. Non porre mano a questo problema, significa solo razionalizzare l’esistente: far girare l’economia di mercato con qualche risparmio di energia e materia per unità di prodotto.

Ecco quindi che ritorniamo al punto cruciale dal punto di vista strutturale e macroeconomico del nostro viaggio, della nostra navigazione, ovvero quello di un eccesso di produzione, di sovracapacità produttiva che accompagna inevitabilmente ogni faso di espansione economica, raggiungendo il suo apice in un orgasmo euforico che si spinge oltre la sostenibilità della produzione stessa, si spinge, come abbiamo visto, a ricorrere alla droga del debito esponenziale per sostenere consumi, spesso voluttuari. Non si tratta solo di beni voluttuari, ma anche di stili di consumo ( usa e getta ) che nel caso di un’automobile per esempio, incentivano la sostituzione spesso dopo solo due o tre anni. Oggi per esempio le concessionarie auto abbondano di autovetture usate che spesso sono meno convenienti rispetto all’acquisto di una nuova autovettura.

A fronte di risposte parziali, si guarda con interesse alle economie dal basso. Esse non sono <esperienze nuovissime: ricordo le (ex) imprese municipali, i distretti industriali, il part-time agricolo e il bricolage domestico. Un’esperienza molto interessante sono state le cooperative di lavoro e di consumo, prima, e quelle sociali, dopo. Molte di queste sono diventate grandi imprese con un radicamento territoriale relativo. Si guarda ora con maggiore speranza alle reti di economia solidale, laddove piccole imprese, consumatori consapevoli e organismi non profit, solitamente appoggiati da qualche municipalità illuminata, creano circuiti virtuosi di beni e servizi.

L’obiettivo di queste esperienze è triplice: risparmiare soldi, far circolare beni ecocompatibili, promuovere rapporti di lavoro equi e solidali. Il dubbio che le circonda riguarda la scala territoriale: in America (sempre Susan George) si registra scetticismo sull’abbinamento piccolo e bello.

In America non esiste la definizione di piccolo, tutto in America assume le proporzioni di un eccesso, ma se si vuole ambire ad un cambiamento graduale e radicale bisogna partire dal basso, non necessariamente con l’ambizione di rivoluzionare il mondo.

” I problemi sono tali da richiedere grandi organizzazioni che lavorano su grandi numeri. Forse qualche prodotto alimentare potrà mantenere un circuito locale, ma per il resto servono collegamenti lunghi e aree di azione vaste. Se questo è vero, c’è poco da aspettare o dibattere: nelle economie dal basso bisogna selezionare e incoraggiare quelli che pensano in grande e sanno organizzare il lavoro altrui. Ad essi bisogna dare compiti precisi, a noi resta il dovere della vigilanza e la passione per il cambiamento. ”

E necessario guardare all’orizzonte, ma non sempre è necessario pensare in grandi le rivoluzioni se tali sono, crescono da sole e “rivoluzionano” la vita sociale ed economica di un paese.

” E’ un mondo variegato che cerca risposte a partire dal basso: è il grande popolo dell’altra economia che mette insieme solidarietà, difesa dell’ambiente e qualità della vita costruita sulle relazioni. È un arcipelago di realtà che si organizza in Distretti o in Reti di economia solidale (Des o Res) con l’obiettivo di attivare circuiti virtuosi di beni ecocompatibili, prodotti in modo equo e solidale.

Possono rappresentare una vera alternativa produttiva e una risposta significativa alla crisi economica? Forse è ancora presto per dirlo perché sono in fase di strutturazione e « i soggetti imprenditoriali aderenti alle Res hanno relazioni prevalenti con il mercato capitalista e sono fortemente dipendenti dalle sue regole –  spiega Davide Biolghini – e non ancora capaci di gestire progetti federatori». Ma certamente rappresentano un fenomeno dai contenuti significativi, che potrebbe aggiungere valore alle comunità, soprattutto a fronte di un certo scollamento della politica dai territori e dalle persone.

Piccoli Gas crescono crescendo più rapidamente: erano 394 nella mappa su Valori di maggio 2008; ora sono registrati 507 Gruppi e 10 reti. Sono i Gas le prime “cellule” attorno al quale si sviluppano i Des. «I percorsi sono diversi – spiega Davide Bioghini – ma con degli elementi comuni: un gruppo promotore, costituito per lo più da Gas e Botteghe del commercio equo, stila una Carta dei principi. Gli altri passaggi sono un censimento delle realtà solidali presenti sul territorio, attraverso la redazione delle Pagine arcobaleno, la costruzione delle filiere corte e poi l’organizzazione di feste o fiere di economia solidale per creare nuove relazioni e per farsi conoscere».

In alcuni casi è un’amministrazione pubblica che riunisce i soggetti dell’economia solidale con suoi progetti già avviati. È il caso della Città dell’Altra economia di Roma o la più recente esperienza di Venezia (vedi in basso). «L’amministrazione veneziana aveva già avviato il progetto “Cambieresti?” rivolto alle famiglie – dice Eliana Caramelli, dell’Assessorato comunale all’Ambiente –. Per promuovere il Des nell’ottobre 2006 ha stanziato 150 mila euro, ha attivato al suo interno un Gruppo interdirezionale di progetto e ha raccolto attraverso un Avviso pubblico i soggetti per formare il Tavolo permanente per l’Altraeconomia».
Alla Rete nazionale dell’Economia solidale aderiscono 22 realtà: sono Des o Res distribuiti non ancora uniformemente in tutta Italia (vedi ) ma in crescita continua dal 2002, quando si è formato il Gruppo di lavoro Res, durante il seminario sulle “Strategie di rete  per l’economia solidale” promosso dalla Rete Lilliput. Davide Biolghini, fisico cibernetico impegnato nella costruzione della Rete nazionale, ha vissuto le fasi di questa aggregazione fin dalle prime esperienze di commercio equo e di finanza etica degli anni 80: «Altre iniziative complementari nascono negli anni 90 come le Banche del Tempo, i Sistemi di scambio locale, i Bilanci di giustizia, il Turismo responsabile e i Gruppi di acquisto solidali (Gas), tutte iniziative legate al consumo critico e agli stili di vita alternativi».

Sono passati 30 anni dalla nascita delle prime “rivoluzioni” dal basso, qualcuno sosterrà che non è cambiato nulla, ma se date un’occhiata intorno, oltre il Vostro piccolo giardino, vi troverete alternative reali.

Mille scintille d’energia che cercano un cammino comune Attorno a un Tavolo promotore del Des si aggrega il mondo del Terzo settore, delle cooperative sociali, dell’associazionismo, dello scoutismo cattolico, i produttori locali, la finanza etica. E arrivano anche molti delusi dalla politica o dal sindacato, che ricercano altre vie di costruzione del sociale, a volte in continuità, a volte come reazione alle esperienze precedenti. Per dare risposte consonanti a queste esigenze, il Tavolo nazionale Res ha deciso di realizzare un corso per animatori di “Reti di economia solidale locali” che è stato un successone. Spiega Giuseppe De Santis, presidente della cooperativa Scret che l’ha organizzato: «Le adesioni al corso sono state una settantina circa, tra il primo modulo che si è tenuto nel Parco Sud di Milano e il secondo, che si è svolto a Pisa, tanto che abbiamo dovuto anche dire dei no. Evidentemente colmiamo un vuoto».

Ada Rossi ricercatrice di economia agraria all’Università di Pisa ha seguito il corso e ha trovato «molto interessanti le parti sulla creazione del consenso, la gestione non violenta e creativa del conflitto, la gestione dei ruoli e del potere. Tutti aspetti fondamentali nei processi di creazione di economie solidali, intese come economie delle relazioni».Per Giuseppe Vergani, consigliere del Comitato verso il Des Brianza un punto a cui il corso non ha dato risposta riguarda il tipo di struttura in cui i Des possono evolvere: «Personalmente non escludo che possa anche essere la cooperativa». Abbiamo chiesto a Bioghini se il punto di arrivo dei Des potrebbe essere l’Impresa sociale: «Possiamo farci riferimento, poiché ai “nostri” Distretti possono aderire anche imprese “profit” purché coerenti con i criteri della Carta Res nazionale, ma con i limiti del mancato recepimento da parte delle varie Organizzazioni del terzo settore delle norme attuative (pubblicate in fretta e furia dal governo Prodi prima della sua crisi senza consultare i soggetti interessati)».

Certamente qualcuno di Voi resterà scettico, ma non vi è nulla nella Vita che non può cambiare come le stagioni, oggi è il tempo della Primavera, della Primavera delle economie dal basso, poi verrà l’Estate, prima o poi l’Autunno e anche l’ Inverno, nulla è eterno, ma oggi è Primavera, alla Vostra consapevolezza la responsabilità di prendere ed esplorare questa occasione.

Articolo tratto da icebergfinanza

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