La cooperativa che pensa solo ai suoi affari e non genera valore aggiunto per le persone dei Soci e per la loro comunità locale non è più una cooperativa.
Giovanni Dalle Fabbriche
 

Imprese sociali, ammortizzatori reali. Articolo di Andrea Mazzalai

All’ultimo Festival dell’ Economia di Trento ho partecipato ad un incontro dal titolo ” IMPRESE SOCIALI CONTRO LA CRISI ” un settore quello del no profit, definito anche “terzo settore”  che come abbiamo già visto in passato composto da associazioni, cooperative, imprese sociali e onlus che offrono servizi di utilità sociale, senza dimenticare una delle migliori risorse del nostro paese, il volontariato. Ma cosa è in realtà un’impresa sociale?

(…) Secondo Carlo Borzaga, l’impresa sociale – in sé una specie di ossimoro ormai vagamente accettato – è una delle espressioni più interessanti dell’affermarsi di un’economia di responsabilità sociale. “Questa tipologia di economia – ha detto Borzaga – è il frutto di quattro tendenze che hanno cominciato a prendere piede a partire dagli anni ’80”. La prima tendenza è il rafforzamento e l’internazionalizzazione di fenomeni come l’associazionismo e il volontariato, che è in Italia riguardano ormai una persona su quattro, mentre negli Stati Uniti siamo già a quota uno su tre. Secondo trend è l’espansione di organizzazioni private con finalità redistributive, tra le quali l’esempio più noto è Telethon. Terza “componente” – e a parere dei relatori probabilmente la più importante – è appunto quell’impresa sociale definita dalla legge 118 del 2005 come “un’organizzazione privata senza scopo di lucro che esercita in via stabile e principale un’attività economica di produzione o di scambio di beni o di servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale”.
Ultima tendenza che conduce all’affermarsi di un’economia di responsabilità è il sorgere di pratiche sociali anche all’interno delle classiche imprese profit. ( 2009.festivaleconomia )

Uno dei promotori più entusiasti del concetto di impresa sociale è da sempre il “nostro” Yunus, padre del Microcredito, nobel all’economia per la Pace, un’impresa quella sociale che non paga dividendi, limitandosi a vendere i suoi prodotti a un prezzo tale da coprire tutti i costi.

Cosi scrive nel suo ultimo libro a pag 12…..
 ” Gli  azionisti possono ritirare il capitale investito nell’impresa dopo un certo periodo di tempo, ma non ricevono alcun profitto sotto forma di dividendi. Tutti i profitti che l’impresa realizza restano all’interno e sono utilizzati per finanziare l’espansione, per creare nuovi prodotti o servizi ”

Pura eresia per un mondo fondato sulla massimizzazione del profitto e dell’investimento, una concezione che nega il lato antropologico di una impresa in grado di soddisfare l’ essenza di un uomo, attraverso un senso profondo al suo agire.
Anche se alle volte non sembra, sostiene Yunus l’uomo ha ” a cuore lo stato del mondo e le condizioni dei nostri simili, ciascuno di noi ha un istintivo e un naturale desiderio di rendere la vita migliore per tutti e se potesse scegliere, preferirebbe vivere in un mondo senza povertà, malattie, ignoranza e sofferenze “.

Qualcuno obietterà di trovarsi di fronte ad imprese caritatevoli, che dipendono in tutto e per tutto da contributi e donazioni ma nella visione di Yunus la caratteristica essenziale dell’impresa sociale è la sua autosufficienza economica, autosufficienza che la caratterizza e diversifica dall’universo delle organizzazioni che si fondano sulla carità.

” Per portare avanti i propri programmi, le organizzazioni non governative e quelle no profit fanno affidamento su donazioni, contributi da fondazioni o aiuti governativi sotto la guida di persone che si dedicano a questa missione facendo un lodevolissimo lavoro ma che, non ponendosi l’obiettivo del recupero dei costi, sono poi costrette, spesso in misura preponderante, a spendere tempo ed energie nella raccolta di fondi»

Yunus sostiene inoltre che l’impresa sociale secondo la sua concezione, dopo aver beneficiato di una serie di investimenti è in grado di crescere, espandersi e sopravvivere nel mercato, producendo molti più benefici per i destinatari rispetto ad una donazione effettuata nei confronti di una società o organizzazione di carità.

Il concetto di base di questa affermazione è quello del rifiuto dell’assistenzialismo che io sottoscrivo in pieno anche se oggi l’impresa sociale, supportata da istituzioni virtuose, amministrazioni o municipalità illuminate, puà essere un ammortizzatore nella crisi di assoluta qualità ed efficacia.

Qualunque sia la finalità e la struttura di un’impresa sociale…

“L’impresa sociale – ha affermato Giorgio Fiorentini – può essere, a tutti gli effetti, un ammortizzatore sociale”. Una barriera contro la crisi e in particolare contro la disoccupazione. Secondo Fiorentini, infatti, questa tipologia di impresa può coinvolgere le fasce più svantaggiate – tra le quali sicuramente figurano i disoccupati – e impiegarle in quei settori tradizionalmente ambiti privilegiati delle imprese sociali e del terzo settore.

Ma guardiamo cosa scrive VALORI in uno dei suoi illuminanti articoli apparsi nella versione che può essere consultata anche on line di aprile, ma che Vi invito a sostenere anche attraverso l’abbonamento alla versione cartacea, di un mensile di assoluta qualità e professionalità, oltre che in grado di renderci partecipi delle alternative reali di questo sistema economico:

Le aziende senza scopo di lucro hanno caratteristiche in grado di renderle veri e propri ammortizzatori sociali. E il vantaggio di avere sempre un occhio di riguardo per ambiente, cultura e istruzione.

IMPRESA SOCIALE NON PROFIT potrebbe essere un “ammortizzatore sociale” utile alla tutela dei lavoratori che sono in procinto di perdere o hanno perso il posto di lavoro. Non è sancito da una legge, ma può essere uno strumento per contrastare la crisi incombente. E lo Stato non spenderebbe neanche un euro. Oppure, se volesse facilitare e velocizzare lo start up di queste nuove imprese, potrebbe stanziare un fondo ad hoc. E si innescherebbe un moltiplicatore di reddito che, in tempi medi, creerebbe una stabilizzazione di ricchezza per il “sistema Paese”. Lo sviluppo di questo tipo di impresa può ammortizzare la crescita della disoccupazione e il ristagno dei consumi. È un modo nuovo di concepire il sociale connesso con l’imprenditorialità. Già oggi le imprese non profit sono un asset imprescindibile per il sistema Paese. Dalla crisi dovrà uscire un’Italia più competitiva, ma anche più giusta ed equilibrata. Non servono solo nuovi stili di consumo, ma anche nuovi stili di imprenditorialità e di management. Un management altruistico a gerarchia corta e partecipata.

Questa crisi farà cambiare anche alcuni fondamentali dell’impresa tradizionale e quindi si dovranno cercare nuove forme di impresa che integrino il valore aziendale strumentale con quello imprenditoriale, nella ricerca di un equilibrio di scambio e di governance con gli stakeholders.

Ma dalle parole passiamo ai fatti, andando ad analizzare perchè queste imprese hanno costi inferiori alle cosidette  ” Imprese for profit ” :

a) la motivazione ad una maggiore produttività e ad un’efficacia operativa più gestibile è una costante dei dipendenti di queste imprese;
b) i costi generali e fissi sono contenuti ed il break even si realizza con una produzione inferiore rispetto all’impresa for profit.

Come conseguenza di questa formula imprenditoriale avremmo:

a) prezzi di vendita di beni e servizi più bassi;
b) una propensione a mantenere i consumi a livelli equilibrati per il sistema socio economico;
c) più potere d’acquisto per le famiglie e i cittadini il cui reddito sarà ridimensionato dalla crisi generale

 L’impresa sociale è un’azienda senza scopo di lucro che può gestire gli eventuali utili reinvestendoli nell’impresa stessa e incrementando il suo stato patrimoniale.

Si potrebbe ipotizzare la creazione di imprese sociali spa o srl che non distribuiscano dividendi per alcuni anni, ma che in seguito, se ben gestite, possano trovare sbocchi di vendita per gli asset azionari. In questa situazione crisi permetterebbe di sviluppare imprenditorialità con la formula spa o srl senza distribuzione di utili nei vari settori tipici dell’impresa sociale (vedi art.2 D.Lgs 155/06) nella prospettiva di realizzare la contendibilità una volta superata la crisi.

Infatti oltre al già riconosciuto e stabilizzato protagonismo operativo nei servizi socio-assistenziali, socio-sanitari ed educativi si aggiungono settori quali la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, la valorizzazione del patrimonio culturale, il turismo sociale, la formazione universitaria e post-universitaria, la ricerca e l’erogazione di servizi culturali, la formazione extra-scolastica finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica e al successo scolastico e formativo, i servizi strumentali alle imprese sociali e così via. Tutte imprese sociali non profit che possono trarre da questo ciclo di vita imprenditoriale l’opportunità per diventare parte stabile e costituente il sistema socio economico.

L’impresa sociale promuove l’occupazione delle fasce svantaggiate in particolare dei disoccupati (D.Lgs 155/06).

Trascinare tutto il sistema

Un’impresa sociale ha costi inferiori a una for profit. Questo avviene perché: 
Si creerebbe un “effetto sviluppo” per il sistema, che avrebbe vantaggi non solo contingenti e di interventismo riparativo, ma anche duraturi, continuativi e strategici con un orizzonte che va oltre la crisi. E si innescherebbe la funzione di moltiplicatore di ricchezza per i territori, che assumono e sviluppano competitività se incrementano capitale sociale, umano e di imprenditorialità sociale.

In quest’ottica e con l’obiettivo di conseguire un risultato di sistema a somma maggiore di zero, lo Stato potrebbe (o dovrebbe) valutare la creazione di un fondo per l’imprenditorialità sociale promuovendo, in modo diffuso, partnership fra “privato non profit ” e “privato for profit” da integrare in spa o srl come “impresa sociale”.

Una cosa che non ho mai amato di questo sistema economico e capitalistico, in particolare anglosassone,  è l’eccessiva disinvoltura con la quale si procede a politiche di riduzioni dei costi spesso selvagge che vanno inevitabilmente sempre a pescare nel capitale umano di un’azienda, ma non solo anche a scapito di investimenti, nella ricerca e nella formazione. Riesce difficile accettare un sistema nel quale aziende che sino a qualche mese fa producevano utili spesso stratosferici come immense catene di montaggio che lavorano giorno e notte, nello spazio di un istante crollino distruggendo il proprio capitale umano, salvando privilegi ed interessi che non tengono conto del futuro.

Purtroppo è presumibile che alcune imprese for profit, in questa situazione di crisi, adottino politiche di licenziamento dei propri dipendenti e quindi creino sacche di disoccupazione. Perché, quindi, non creare imprese sociali che sviluppino attività sia nei settori specifici di utilità sociale (vedi art.2 D.Lgs 155/06), sia in qualsiasi settore di business perché hanno almeno il 30% di persone svantaggiate (disoccupate)? Si creerebbe un’impresa sociale come spin off dell’impresa for profit, che dovrebbe essere da essa giuridicamente autonoma e potrebbe sviluppare attività imprenditoriale tramite l’attività lavorativa di dipendenti che altrimenti sarebbero disoccupati. in settori a valenza sociale ed integrativa all’attività della for profit di riferimento (per esempio per mantenere le politiche di conciliazione per le donne lavoratrici);

Costole di imprese for profit 

Si creerebbe un’impresa sociale come spin off dell’impresa for profit, che dovrebbe essere da essa giuridicamente autonoma e potrebbe sviluppare attività imprenditoriale tramite l’attività lavorativa di dipendenti che altrimenti sarebbero disoccupati.

Ma in quali settori?

a) in settori a valenza sociale ed integrativa all’attività della for profit di riferimento ( per esempio per mantenere le politiche di conciliazione per le donne lavoratrici )
b) in settori meno colpiti dalla crisi (per esempio servizi turistici, food and beverage a brand di tradizione locale o altri ove è più facile la conversione professionale),
c) in settori di nicchia indispensabili per i nuovi stili di vita e di consumo ai quali dovremo adattarci (come le energie rinnovabili);
d) in settori non delocalizzabili, a basso impatto ambientale e “a km0”;
e) in settori di qualsiasi tipo, con una forte presenza di fasce di lavoratori svantaggiati, ove la proprietà dell’impresa offra un’opportunità di incidere in modo “concertato” nel sistema socio economico di mercato e quasi mercato.
f) nello sviluppo di spin off che presidino linee di prodotti/servizi di sottomarca per mantenere o sviluppare quote di mercato;
g) nello spin off per prodotti/servizi con private label (come i marchi della grande distribuzione)
h) nello start up e sviluppo di imprese specializzate nel low cost. housing sociale, colonie estive, mutue sanitarie integrative ecc.) che creerebbero impedimenti al lavoro specialmente in famiglie ad alto rischio povertà.

In situazione di crisi sarebbe ancor più devastante la cessazione di attività sociali (asili nido, housing sociale, colonie estive, mutue sanitarie integrative ecc.) che creerebbero impedimenti al lavoro specialmente in famiglie ad alto rischio povertà. 

 
Imprese sociali, dove uomini e donne investono il loro tempo e il loro denaro, per uno scopo comune, crescere insieme, non solo materialmente ma anche antropologicamente.

Articolo tratto da icebergfinanza

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