La cooperativa che pensa solo ai suoi affari e non genera valore aggiunto per le persone dei Soci e per la loro comunità locale non è più una cooperativa.
Giovanni Dalle Fabbriche
 

Una festa per fare rete!!! Chi la fa? La cooperazione faentina

Nell’ultima settimana di maggio, dal 25 al 30 maggio, come è ormai abitudine si tiene a Faenza la Festa della Cooperazione, dal martedì al sabato nel chiostro della Casa del Popolo, di via Castellani 25 e la domenica allo stabilimento di Agrintesa.

Due chiavi di fondo per comprendere il senso di un evento che ormai si ripete da un paio di decenni a Faenza, con il coinvolgimento di oltre un centinaio di imprese cooperative:

–        La prima “fare rete”: una espressione che si sente usare ormai spesso, ma che da il senso di un qualcosa di virtuale, possibile ma non reale, quasi per sfuggire alla complessità e alle complicazioni di un contesto socio economico e istituzionale, sempre più difficile a comprendersi. Perciò si fa rete, ma forse quasi più per difendersi che per attaccare l’ignoto e affrontare l’imprevisto.

In realtà il significato vero di questa proposta di fare rete dovrebbe essere semplicemente l’opposto; il fare rete corrisponde semplicemente alla tradizione cooperativa che ha sempre affermato la cooperazione tra cooperative fino a individuare anche la soglia organizzativa della integrazione cooperativa; si immagini che oggi questo può avvenire per settore produttivo, per filiera produttiva, per territori, etc.

Inoltre, non dimenticando da dove ha tratto origine e valori di solidarietà la impresa cooperativa, questa si caratterizza ancora oggi come lo snodo di un reticolo sempre più intenso e variegato di comunicazioni e di relazioni tra attori, organizzazioni, gruppi di azione volontaria, che nella impresa cooperativa, nella sua capacità di coniugare continuamente e dinamicamente dimensione associativa e dimensione imprenditiva trovano il loro interlocutore privilegiato, ma anche il punto di arrivo di un percorso che ha portato dalla informalità delle azioni di solidarietà alla loro maturità.

Quindi fare rete è una condizione essenziale e insostituibile per le imprese cooperative, è uno stato organizzativo, ma è anche un modo per affermare la propria identità e la propria differenza rispetto alle altre imprese che rispondono in altro modo alle esigenze della integrazione: si ingigantiscono di per sé o rimangono piccole nel chiuso della loro autoreferenzialità.

–        La seconda “cooperazione faentina”: con la festa della cooperazione che si tiene a Faenza ormai da tanti anni raramente le imprese cooperative hanno fatto commemorazioni del passato, con la retorica invasiva su immagini e ruoli inesistenti. Al posto delle commemorazioni certamente si doveva fare di più memoria cooperativa per rinnovare il senso delle origini e delle motivazioni valoriali dei suoi protagonisti (piccoli e grandi, noti e meno noti); si poteva evidenziare con più forza e decisione come la cooperazione non si affermi nelle sue potenzialità se si tengono separati la mutualità cooperativa del lavoro e della produzione dal credito cooperativo, se si investe troppo sulla tecnologia e la organizzazione (semmai tayloristica) della impresa e si trascura il lavoro educativo e formativo come percorsi prioritari per il successo della impresa cooperativa. Certamente non si persegue una adeguata rappresentazione della specificità della cooperazione se si accentuano i simboli consumistici della festa ponendo in secondo piano gli elementi caratterizzanti della esperienza cooperativa, identificabili nella mutualità interna e nella solidarietà esterna alla impresa cooperativa.

Si possono correre tanti rischi chiamando intorno allo stesso tavolo persone di generazioni diverse, imprese con storie diverse, culture del lavoro tra cui alcune affondano le radici nelle ideologie del passato e altre le cercano nelle occupazioni e nelle professioni del futuro.

La festa della cooperazione, così come si è riusciti a costruirla negli anni nel contesto della economia e della società faentina, ha saputo affrontare e discutere questi problemi, le tendenze presenti nella trasformazione dei sistemi produttivi, gli orientamenti che si evolvono nel campo delle conoscenze e della cultura. Perciò, recupero della memoria storica, valorizzazione della famiglia imprenditrice, proposta di percorsi formativi per fare impresa mutualistica e solidale, confronto sulla evoluzione dei sistemi produttivi, agricolo, agro alimentare, industriale, terziario, educativo, comunicativo e culturale, sono gli ambiti in cui la cooperazione anche attraverso l’evento della festa è cresciuta, ha acquistato visibilità e maturità, è diventato un patrimonio collettivo di tutta la comunità territoriale.

Perciò l’evento della Festa, con le caratteristiche che ora le sono proprie, non è una delle tante feste e sagre che in queste settimane popolano parrocchie e paesi della campagna faentina e romagnola, è una proposta di vivere una economia mutualistica e solidale, è un modello per fare produzione e per conquistare benessere di utile orientamento per le nuove generazioni, è lo spazio della comunicazione e del colloquio che gli uomini e le donne delle cooperative rinnovano di continuo per essere loro i soci, cioè gli attori e i protagonisti delle loro imprese.

La impresa cooperativa non è una organizzazione di salariati dipendenti da padroni anonimi, ma è la casa comune che i soci costruiscono insieme per far crescere il valore del bene comune di cui dispongono: la persona e il lavoro che da alla persona tutta la dignità possibile.

Everardo Minardi

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