La cooperativa che pensa solo ai suoi affari e non genera valore aggiunto per le persone dei Soci e per la loro comunità locale non è più una cooperativa.
Giovanni Dalle Fabbriche
 

L’uscita dalla crisi

Stefano Zamagni: come superare le difficoltà del momento ripensando il modello economico alla luce della dottrina sociale

L’economista Stefano Zamagni l’avevo detto a noi lughesi, con largo anticipo, nelle due volte che ha relazionato al Tavolo dei Cattolici impegnati in politica e nelle Istituzioni promosso dalle Acli, che qualcosa, “molto”, nell’economia mondiale stava profondamente cambiando e che il modello neocapitalistico era da tempo in profonda, crescente, crisi.
Aveva preannunciato una di quelle svolte storiche nei sistemi economici che si seguendo in modo ciclico ogni diverse decine d’anni (o ogni qualche secolo!) nella storia dell’umanità.

Riportando le cronache di quelle sue lezioni inevitabili erano state le critiche della ricerca del sensazionale, della notizia “bomba” (non è davvero nel mio stile!)

E ora invece tutti concordano sul fatto che stiamo vivendo una crisi strutturale (come appunto preannunciava Zamagni tre anni fa!) e non una delle solite crisi cicliche congiunturali, che si susseguono ogni 5 o 6 anni.

Ma un “bravo” economista non si limita alle previsioni (e in questo riescono solo i grandi!) ma “prescrive anche ricette”.

Zamagni lo ha fatto alcune sere fa a Imola, invitato dalla sezione diocesana dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (Ucid). Ovviamente partendo dalle diagnosi.

Intanto il mutamento della concezione di impresa degli ultimi decenni di pari passo con la globalizzazione: dalla concezione di impresa come associazione di persone che guarda al lungo periodo, a quella che vede l’impresa come merce vendibile e che quindi si pone l’obiettivo immediato di massimizzarne il valore. In questo modo l’imprenditore diventa uno speculatore ed il manager è spinto a mantenere alta la contendibilità e la credibilità dell’impresa, nell’interesse esclusivo degli azionisti; l’efficienza assurge a valore unico e la finanza la componente fondamentale. Non hanno quindi più rilevanza per l’impresa, nè il suo legame con il territorio, nè il destino di chi ci lavora.

Poi la “bolla mentale” che ha esaltato l’avidità di risparmiatori ed investitori come via per la prosperità ed il progresso, che ha generato, appunto, la bolla speculativa finanziaria. La diffusione di una grande ingordigia di facili guadagni che puntava alla massimizzazione del “capital gain”, senza la dovuta attenzione ai fondamentali dell’economia che sono alla base di ogni sano profitto. Non ultimo, in questo fenomeno, l’investimento del piccolo risparmiatore in titoli finanziari, piuttosto che nel deposito nella banca “locale” con cui le stesse banche “locali” finanziano la piccola imprenditoria “locale” per la produzione di beni legati alle specificità del territorio.

Infine il mutamento endogeno del modo di concepire l’agire economico e politico, senza la necessaria prospettiva di medio-lungo termine. Ciò ha portato la politica ad avere da tempo, come primo obiettivo, la conquista del consenso nel breve termine (la stessa caduta del Governo Prodi ne è stata testimonianza, n.d.r.) ed a favorire quindi l’attività speculativa.

Cause queste che hanno portato gli effetti devastanti che sono sotto ai nostri occhi e alle nostra tasche! E che sono tutte e tre legate da una unica logica che le unisce: l’attenzione al breve periodo, piuttosto che al medio-lungo. Una colpa che lo tesso sistema, ora, “punisce”!

Processi ben lontani dalla concezione di San Tommaso e dei grandi pensatori come De Gasperi, secondo cui scopo della politica e di un sistema democratico, è il conseguimento del bene comune nel lungo termine.

Quale la via d’uscita?

L’economia civile, teorizzata sin dal 1753 dall’abate Antonio Genovese (titolare a Napoli della prima cattedra al mondo, di economia; il primo sì, la ricetta la scrisse il primo!), secondo cui il mercato va concepito non come luogo di sfruttamento, ma come luogo di umanizzazione dei rapporti personali, dove ognuno deve poter lavorare e produrre, concorrendo al bene comune, secondo i propri talenti.

Su questa via l’imprenditore civile pone la persona, e non la pura efficienza, al centro dell’impresa, traendo efficacia e lealtà dai propri collaboratori che si sentono rispettati e valorizzati.

Il suo sguardo va oltre il ristretto perimetro dell’impresa e si allarga al contesto più ampio in cui questa opera, attento agli interessi di tutti i protagonisti dell’attività economica e con un importante ruolo di raccordo fra società politica, commercial society e società civile.

Quella che tre anni fa Zamagni illustrò a Lugo, al Tavolo dei cattolici, come l’economia solidale… nè di sinistra nè di destra, nè marxista, nè liberale.

Arrigo Antonellini

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