La cooperativa che pensa solo ai suoi affari e non genera valore aggiunto per le persone dei Soci e per la loro comunità locale non è più una cooperativa.
Giovanni Dalle Fabbriche
 

La ceramica faentina, senza … cooperazione!!!

Il prossimo 20 marzo si celebrerà la conferenza economica comprensoriale.
Si sono tenuti svariati incontri preparatori e alcune organizzazioni hanno presentato anche progetti operativi da discutere e se possibile realizzare.
Non è risultato ancora quale sia il ruolo e la presenza delle organizzazioni cooperative nella iniziativa, tenuta saldamente in mano dalle organizzazioni imprenditoriali che esprimono più direttamente il settore della piccola impresa industriale e dei servizi.
Tuttavia la ceramica, il suo settore, la sua crisi, le speranze di un suo rilancio – ovviamente stiamo parlando del settore della ceramica artistica – si è riproposto come un tema trainante, forse non tanto per il valore del fatturato e della occupazione, quanto piuttosto per l’effetto attraente che la sua produzione, nota a livello internazionale come la faience, ha e può avere nei confronti della intera produzione economica del territorio faentino.
In particolare, va ricordato un evento particolare che ci pare significativo: nei giorni scorsi è stato presentato in Comune presso la sala Bigari, alla presenza di ceramisti e di altre persone interessate al tema, il risultato di uno studio condotto da una giovane impresa di consulenza (JFC) composta da giovani esperti di economia faentini, dedicato esplicitamente ad un tema impegnativo: un progetto di marketing per la ceramica faentina.
Lasciamo tuttavia a considerazioni da farsi in altra sede la disanima critica delle proposte in effetti non del tutto convincenti fatte dalla società IFC a proposito del rilancio della ceramica faentina, oggettivamente prossima alla agonia.
Quel che tuttavia merita evidenziare (una volta ascoltato dal sonoro quanto emerso dall’incontro) si riconduce a due fatti da non trascurare, ma finora rigorosamente trascurati:
a.   La particolare cultura fortemente individualistica dei ceramisti artigiani (o artisti??) faentini, che certamente si è espressa anche nell’occasione dell’altra sera in una vorticosa critica a quanto proposto da JFC; proposte in ogni caso avanzate con buona volontà e con fatica su un tema oggettivamente difficile.
Il documento era ben impostato, efficacemente articolato, ma risultava alquanto povero di indicazioni nella parte finale che doveva essere propositiva di innovazioni significative, anzi di una rottura vera e propria nei confronti di impostazioni di mercato ormai desuete e comunque inefficaci (su cui peraltro anche altri studi affermati di consulenza non sono riusciti ad esprimere indicazioni innovative, in relazione non solo a Faenza, ma ad altre città di antica tradizione ceramica).
Questa vocazione individualistica dei protagonisti vecchi e giovani della ceramica faentina è un qualcosa che va esplicitato per capire gli esiti inconcludenti per non dire negativi che produce a danno della stessa possibilità della produzione ceramica di qualità di affermarsi su nuovi mercati, dove la componente simbolica e del gusto sta diventando decisiva sotto ogni profilo.
Se tuttavia non si riesce a scorgere nella cultura degli artigiani faentini una traccia che porti a scoprire da parte di tutti come sia necessaria la mutualità delle azioni, per far sì che le azioni messe in atto dalle istituzioni e dai ceramisti stessi, finalmente decisi ad esercitare la loro responsabilità, siano a favore di tutti indistintamente.
All’individualismo esasperato va tenacemente sostituita una cultura della mutualità e della partecipazione responsabile alle azioni orientate ad introdurre il nuovo, anche a costo di dover subire gli effetti di tale cambiamento.
b.   Forse la mancanza di senso della mutualità e del suo valore è derivato dal fatto che i produttori ceramisti faentini non vedono nella logica e nella pratica della impresa cooperativa la risorsa mancante per lo sviluppo della loro attività e soprattutto per accrescere il valore della loro produzione.
Bisogna chiedersi perché la cooperazione non è riuscita a rendersi una proposta credibile ed affidabile per gli artigiani della ceramica? Quale impatto ha avuto la chiusura della vecchia cooperativa dei ceramisti faentini (forse troppo vecchia e tradizionalista per sapersi collocare dentro ai nuovi contesti della economia e della cultura dell’arte)? Perché le organizzazioni cooperative oggi non aprono percorsi di sperimentazione per dare speranza e fiducia ai giovani ceramisti che escono dall’Istituto d’arte, dalla formazione professionale e dall’Isia? Perché, con tutte le risorse a disposizione (comprese le piccole ma attive della Fondazione G.Dalle Fabbriche) non si sono creati incubatori di imprese per giovani cooperative fatte da giovani intenzionati a dare continuità e valore alla grande identità culturale e artistica del territorio faentino?

Chi vuole cimentarsi a cominciare a rispondere a queste domande?
Le pagine di questo sito sono accessibili a tutti coloro che vogliono lasciare un commento e dire la loro opinione sul tema.
Discutere pubblicamente può significare l’impegno a cambiare le condizioni che in questo momento non fanno della faience una risorsa vincente della nostra economia e del nostro territorio.

Everardo Minardi

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